NFT “green”: una conquista possibile?

Da tempo ormai si sente parlare di NFT e dei vantaggi che questi token digitali porteranno su diversi fronti.
Per il momento si tratta di un argomento ancora complesso per chi non si muove agilmente nella giungla delle criptovalute, ma rappresenta comunque un trend in ascesa per il mondo digitale e non solo.  

Tanto che molte realtà imprenditoriali, dalle aziende private alle organizzazioni no-profit, hanno scelto di seguire questa tendenza per immettere valore al proprio marchio tramite investimenti e progetti legati ai Non-Fungible Token. Per citarne alcune troviamo l’ONU, che si è proposta di adoperarli per il fundraising a difesa dell’ambiente, e il WWF, che ha dovuto fare un passo indietro dopo essere finito al centro di uno scandalo mediatico. 

L’associazione tra NFT e lotta al cambiamento climatico ha infatti sollevato non poche polemiche tra utenti e attivisti, poiché uno dei problemi principali nell’impiego di risorse in questo settore è proprio l’alto impatto ambientale causato dalle transazioni per l’acquisto dei beni digitali non tangibili. 

 

Per questa ragione il WWF, dopo aver lanciato una campagna di raccolta fondi basata sulla vendita di opere d’arte digitali ritraenti animali a rischio di estinzione - gli NFA, Non-Fungible Animals – ha dovuto abbandonare subito l’iniziativa, seppur nobile.  

 

Quanto accaduto ha aperto un considerevole dibattito sulle impronte ecologiche generate dagli NFT ma ha anche dato il via a proposte interessanti su come poter rendere meno dannoso l’impatto della rivoluzione digitale sull’ambiente.  

 

Perché gli NFT sono inquinanti? 

Per capire come un Non-Fungible Token possa avere conseguenze così gravose sul clima, bisogna avere ben presente che cosa sia e come funzioni nella pratica. 

Gli NFT sono certificati digitali dal valore non tangibile che giustificano la proprietà, l’unicità e l’autenticità di un oggetto digitale. La non tangibilità si riferisce alla peculiarità degli stessi di essere l’unica versione accreditata e non riproducibile dell’oggetto, verificabile tramite i token – ovvero codici inseriti in una blockchain – che ne determinano l’appartenenza. 

Questa autenticazione avviene tramite un processo chiamato “mining”, che permette al NFT di aumentare di valore ma che sottintende un massivo uso di energia. Si stima infatti che per ogni transazione, incluso il mining, la messa all’asta, l’acquisto e il trasferimento dei diritti, vengano utilizzati all’incirca 82 kWh corrispondenti all’emissione di 48 kg di CO2. Un conto salato da pagare per il pianeta.  

In un contesto sociale sempre più attento e sensibile alla salute ambientale, il progresso scientifico e tecnologico non può prescindere dal garantire soluzioni innovative che siano al tempo stesso ecologiche e sostenibili. E qualcuno, un modo per concepire degli NFT “green” lo ha trovato. 

 

Molte aziende si stanno sempre di più interessando alle tematiche ambientali, sostenendole con diverse iniziative e campagne ma si limitano solo alle parole. Per guidare un vero cambiamento collettivo servono azioni efficaci e concrete, oppure si rischia di cadere nel cosiddetto #greenwashing. Ne abbiamo in questo Polo Podcast assieme a Paolo Milan, co-founder del progetto VAIA. 

 

NFT e sostenibilità: una strada percorribile 

Il problema alla base del dispendio energetico degli NFT è l’algoritmo di autenticazione scelto. I tre più conosciuti sono: Proof of Work (PoW), Proof of Stake (PoS) e Proof of Authority (PoA).  

Il PoW è il più comune e, al tempo stesso, il più dispendioso in termini di energia e materiale hardware necessario. Il suo punto di forza è per certo l’estrema sicurezza garantita: rende i tentativi di corrompere la blockchain molto difficili e per gli investitori questo è un punto essenziale. Tra le valute che utilizzano questo sistema, si possono riconoscere colossi quali Bitcoin ed Ethereum. 

Risulta però essere anche l’algoritmo più inquinante: per validare una transazione si basa sulla risoluzione degli hash, formule matematiche messe a protezione di ogni blocco della blockchain, tramite enormi quantità di potenza di calcolo. Questo processo viene svolto dai miner, utenti che concorrono tra loro per fornire la propria forza computazionale a servizio dell’operazione e ottenerne in cambio criptovalute di ricompensa per ogni hash risolto. La differenza sostanziale tra PoW, PoS e PoA è la modalità con la quale i soggetti “autenticanti” vengono scelti.  

Per quanto riguarda il Proof of Stake, i miner vengono chiamati validator e sono selezionati in base alle quote di criptovalute possedute. Includendo meno utenti ma più affidabili, questo algoritmo permette un minor utilizzo di energia dimostrandosi più ecologico. Solleva però il problema della poca inclusività nel metodo, in quanto permette di partecipare all’operazione solo a pochi facoltosi già in possesso di fondi.

Il Proof of Authority invece può essere considerato una particolare forma di PoS: i validator non vengono definiti dalle quote possedute ma dalla propria identità. Si tratta, infatti, di un algoritmo che mette in gioco pochi utenti affidabili, rendendo di fatto il processo veloce e fluido. Per quanto ciò permetta il minor spreco di risorse, sfavorisce la decentralizzazione delle valute e rende difficile la creazione su larga scala di una rete di validatori con queste caratteristiche. 

 

L’idea italiana a londra e il manifesto dei green NFT 

Per attirare l’attenzione sul tema dell’impatto ambientale causato dai Non-fungible token, il 16 Marzo 2022 è stato lanciato “The NFT sustainability manifesto”, un testo accessibile solo tramite un’opera d’arte NFT non in vendita e ritraente la Regina Elisabetta con un top che cita: “NFT: usare e consumare responsabilmente”.

 

 

Osserviamo la Regina d’Inghilterra vestire i panni di una influencer che vuole informare, coinvolgere e attrarre il pubblico con il proprio messaggio: questa è l’interpretazione sottesa a un’opera che lascia spazio a riflessioni e dichiarati parallelismi con il ruolo svolto dalla nota influencer italiana di fama mondiale, Chiara Ferragni. 

Questa iniziativa provocatoria porta la firma di Paolo Taticchi, professore alla UCL School of Management di Londra ed esperto di sostenibilità aziendale, e del suo Team italiano, formato dal designer di NFT Michele Fabbro e dall’artista perugino Massimiliano Donnari, in arte MAMO. 

L’opera d’arte si basa sull’algoritmo PoA, creato tramite la blockchain ad alta efficienza energetica sulla piattaforma Stratisphere. Anche la compagnia Treedom, che permette di adottare alberi a distanza a chi sceglie di partecipare al progetto, ha contribuito a rendere questo token a emissioni zero: all’opera è stata infatti associata una pianta che aiuterà ad assorbire la CO2 prodotta dall’algoritmo. Un traguardo tutto italiano ma dedicato alla terra, da proteggere al di là della provenienza geografica.

Taticchi si dice entusiasta delle nuove tecnologie e crede che gli NFT, e tutto ciò che vi ruota attorno, abbiano davanti a sé un futuro molto positivo se realizzati in ottica sostenibile. Stare al passo con i tempi richiede uno sforzo cognitivo difficile ma necessario, e le aziende che si spingono sempre più verso obiettivi green non potranno fare a meno di seguire un trend che prenda in considerazione il problema del riscaldamento e inquinamento globale.  

 

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